Una parola alla settimana: “Callalaru”
Dopo la prima puntata di “una parola alla settimana” in cui ho spiegato la parola “addimuru“, come da sondaggio vi spiegherò della parola Callalaru.
In primis voglio farVi i complimenti: avete scelto proprio una bella parola! Per giunta peculiare (quasi solamente) a Castrofilippo.
Callalaru è una parola dall’etimologia incerta, ma la più accreditata ipotesi è che venga dallo spagnolo “calderas” che significa “caldaia”. In siciliano, la “callàra” è il pentolone di rame che tante massaie hanno avuto a casa. Per estensione, questo vocabolo è usato pure per riferirsi a metalli di basso valore, di rame, per esempio, nell’accezione bijotteristica del termine: un braccialetto di poco valore è quindi “un bracciale di callareddra“.
Ma con il termine Callalaru (in italiano, una traduzione approssimativa potrebbe essere “calderaio”), si identificava, in principio il mestiere di riparatore di questi pentoloni.
Ebbene, dovete sapere che a Castrofilippo, il paese da cui provengo, il mestiere di “callalaru” è stato , sin da tempi remoti, appannaggio assoluto dei “camminanti”, persone che vagavano da paese in paese proprio per aumentare la possibilità di avere lavoro. Ovviamente un lavoro del genere non può essere “stanziale” ma per forza di cose ci si deve muovere.
Questi “camminanti”, figure molto simili agli zingari, dopo un certo tempo hanno deciso di cambiare il loro stile di vita, cercando di stabilirsi, per quanto possibile in alcuni paesi.
Manco a dirlo, hanno scelto Castrofilippo come paese in cui prender radici.
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Ascoltando l’idea del mio collega









